Per uno Stato Nuovo, fondato sul bene comune

La realizzazione del Bene Comune è l’oggetto della politica e, dunque, dello Stato il quale è l’organizzazione politica della società. Se lo Stato è retto da uomini non dotati della necessaria formazione e, soprattutto, pregni di mentalità soggettivista e relativista, allora il destino della società non può essere altro che quello di porsi in balia del caotico divenire, dove tutto ed il suo contrario si confondono nella mente e nella vita delle persone. È la triste condizione dell’Occidente secolarizzato e moderno, che avanza da secoli e con moto accelerato verso la totale dissoluzione di ogni riferimento al Vero, al Buono ed al Bello. Il bene comune è, dunque, l’obiettivo che caratterizza la funzione dello Stato, il quale ordina la società al perseguimento di tale fine conformemente all’ordine naturale ed all’etica che ne deriva.  

La democrazia, secondo i manuali di diritto pubblico comparato, è una forma di governo che riflette, o dovrebbe riflettere, la volontà della maggioranza del popolo. Ciò, evidentemente, non costituisce garanzia di perfezione o di giustizia, ma è un metodo che, come tale, va considerato e rispettato.

Noi contestiamo l’aggettivazione ideologica che ha finito per accompagnare e qualificare questo metodo: “democrazia socialista”, “democrazia liberale”, “democrazia progressista”.

Per noi il metodo deve essere neutro, in caso contrario una connotazione ideologica significherebbe snaturarne il senso, la funzione, la sua stessa essenza, ossia la volontà che non può essere previamente indirizzata, pena il suo svuotamento.

Per noi, il termine “democrazia” può essere solo accompagnato da aggettivazioni che la completino a-ideologicamente, definendola concretamente: “Democrazia economica”, “Democrazia del lavoro”, “Democrazia organica”.

La prima attiene a principi di giustizia sociale: la democrazia deve essere anche libertà dal bisogno, garanzia di vita decorosa, e con una saggia e onesta distribuzione della ricchezza in base ai meriti e alle competenze. La speculazione finanziaria e bancaria, che regola purtroppo la nostra economia, deve essere smantellata o ridotta ai minimi termini e, al contempo, debbono essere premiati il merito e l’interesse dei professionisti, delle imprese, dei lavoratori e delle famiglie in armonia con l’interesse pubblico, superando la meritocrazia liberale che assolutizza l’individuo e la sua dimensione egoistica.

La seconda attiene alla competenza e alla distribuzione dei compiti nella guida dello Stato: l’uguaglianza davanti alla legge non significa indifferenza di oneri e di funzioni. Ogni persona, ogni organo, ogni ente giuridico, ogni associazione professionale e lavorativa, deve trovare il suo giusto ruolo nella società e nella sua organizzazione.

Infine, nell’attuale situazione storico-politica, in cui i partiti, scomparsa quasi del tutto l’impronta ideologica o ideale, sono diventati meri contenitori di comitati d’affari, emerge la necessità di ridare spazio al “paese reale” attraverso la riforma del potere legislativo in senso organico, in modo da ricomprendervi le categorie “reali” del lavoro, delle professioni, della produzione, della cultura, delle scienze. Previsione del resto già seriamente considerata in fase costituente – con l’ipotesi di un Senato composto per due terzi da appartenenti eletti con un sistema “corporativo” – ma alla fine abbandonata per timore di riproporre un modello di camera assai simile a quello in vigore durante il regime fascista. Una tale scelta spezzerebbe la partitocrazia, restituirebbe vigore e competenza al parlamento, oggi ben più di ieri ostaggio delle segreterie politiche e dei comitati d’affari che le controllano.

In questa visione realmente a-ideologica e concreta della democrazia, sottolineiamo la preoccupante influenza che il potere finanziario esercita nelle scelte politiche, economiche e sociali. Se tre secoli e mezzo fa, una delle preoccupazioni degli illuministi fu quella di limitare il potere assoluto del sovrano prevedendone la divisione, declinata nella tripartizione di Montesquieu, oggi la necessità di affrancare le scelte politiche dal cappio delle regole finanziarie, ufficiali e occulte, deve passare attraverso la creazione di regole costituzionali che l’attuale Carta non intese però a suo tempo stabilire.

Affermiamo, quindi, che la previsione di un quarto potere – accanto al potere esecutivo, al potere legislativo e all’ordine giurisdizionale – definibile come “potere monetario-finanziario”, consentirebbe allo Stato di essere economicamente sovrano. Questo quarto potere, evidentemente concepibile una volta spezzati i legacci che ci vincolano alle attuali regole monetarie e finanziarie dell’Unione Europea, rappresenterebbe la garanzia dell’attuazione di principi costituzionali attinenti all’emissione monetaria, alla tutela del risparmio e del credito, all’indebitamento dello Stato e al suo intervento nell’economia, al ruolo delle banche e alla pressione fiscale.

Sosteniamo, infine, la necessità di introdurre la forma della Repubblica presidenziale. Se la scelta di un Capo dello Stato “neutrale”, ammortizzatore e garante della Costituzione obbedì al timore di una deriva “autoritaria” del suo eventuale ruolo politico, oggi è proprio la mancanza di figure istituzionali forti e davvero rappresentative a rendere traballante ed incerto il quadro nazionale. L’elezione diretta del Presidente della Repubblica e quella di rappresentanti della società civile colmerebbe la forbice, sempre più ampia fra “paese legale” e “paese reale”.