Per un’Economia forte e sovrana

Noi rigettiamo totalmente il pensiero economico moderno, che pone al primo posto la convenienza individuale e riduce l’esistenza a sovrastruttura grottesca e anonima di un sistema economico.

Le tesi economiche del mainstream contemporaneo, in particolare il liberismo e il monetarismo, cancellano dall’orizzonte dell’uomo il sacro, il trascendente, il sacrificio, l’onore e tutto quanto in senso lato si possa definire spirituale. La devastazione che tali principi ha arrecato all’umanità è oggi ben visibile tanto nel naufragio del progetto di edificazione di un “paradiso dei lavoratori” del socialismo reale, quanto nel progetto del liberalismo globalista che riduce l’uomo a consumatore.

L’economia è un fatto umano che deve essere subordinato ad una politica capace di dirigere e finalizzare la vita economica della Nazione. La sovranità politica sull’economia cozza con il tentativo attualmente in atto di espropriare gli Stati nazionali e i popoli della propria sovranità e della propria autonomia in nome di un mondo economico illimitatamente aperto, liquido, globalizzato. Noi vediamo nella costruzione di tale mondo non un processo irreversibile né tantomeno naturale, quanto un disegno scientemente posto in atto negli ultimi decenni da élite politico-economiche internazionali.

Noi riteniamo, al contrario, che un governo coscienzioso e prudente, coordinando la politica monetaria con quella fiscale, possa avere migliori risultati in termini di efficienza di gestione del sistema economico rispetto al laissez-faire liberista. Lo Stato, guidando le redini della politica monetaria e della politica fiscale, deve avere come fine immediato il raggiungimento della massima occupazione possibile. Lungi da visioni utopistiche della realtà e dai folli progetti di creare un paradiso in terra, o di eliminare ogni forma di povertà o bisogno, riteniamo che ogni nazione possa raggiungere diseguali livelli di prosperità e sviluppo, così come i singoli individui al suo interno.

Noi riteniamo dunque fondamentale una politica fiscale espansiva, condotta dallo Stato tramite aumenti di spesa e trasferimenti fiscali a favore dei cittadini e delle entità produttive della Nazione. Tale espansione fiscale può essere sostenuta non dall’emissione di titoli di debito quanto dal finanziamento diretto tramite emissione di moneta. Tale finanziamento, per non creare spirali inflazionistiche, dovrà essere non ricorsivo, ovvero rivolto a finanziare la spesa corrente del bilancio pubblico, ma essere solo spesa per investimenti. Riteniamo senz’altro che nel mondo attuale, caratterizzato dal fenomeno dei tassi d’interesse negativi e da una generale stagnazione dell’inflazione, sia sicuramente possibile configurare tale sistema come il più efficace per trasmettere un impulso espansivo all’economia reale.

Riteniamo che la riforma del sistema monetario debba necessariamente passare tramite una rinazionalizzazione della Banca d’Italia e tramite l’abbandono da parte dell’Italia dell’Euro, con il ritorno a una propria moneta, una Moneta Nazionale di Popolo (vale a dire per definizione di proprietà del popolo e non di una banca privata), governata da un cambio flessibile con le altre valute. Il sistema alla base della moneta unica europea, infatti, ha avuto negli ultimi decenni un effetto depressivo, ha lasciato in stagnazione i salari e ridotto i consumi, generando la contrazione della nostra domanda interna. Uscire dall’euro è perciò una necessità vitale per l’Italia per sopravvivere sia come Nazione autonoma, sia come mercato capace di creare prosperità per gli italiani.

Qualunque soluzione che non passi dall’uscita dell’Italia dall’Eurozona – pur nella consapevolezza che non si tratterebbe di un passaggio totalmente indolore – sarà un semplice tampone a fronte di un’emorragia troppo importante. L’emergenza coronavirus ha reso solo più evidenti le storture dell’attuale assetto europeo che denunciamo da tempo e la totale impossibilità per l’Italia di rimanere nell’Eurosistema, senza procedere alle riforme draconiane che hanno già devastato la Grecia.

Ovviamente, non immaginiamo un mondo di mercati perfettamente chiusi. Ma non pensiamo che trattati di libero scambio possano sostituirsi all’autorità degli Stati come accaduto per l’Unione Europea. Sono gli Stati che fanno i trattati e i mercati, non viceversa. L’Italia nel ricercare un commercio equilibrato con l’estero, dovrebbe tutelare il proprio mercato interno, in primis quello agricolo, dall’invasione di produzioni a basso prezzo che, qualora invadessero il nostro territorio, implicherebbero la scomparsa di numerosi nostri produttori. L’Italia si dovrebbe perciò ingaggiare solo in trattati di libero scambio bilaterali e settoriali, privi di clausole e meccanismi che prevedano possibili cessioni di sovranità dello Stato.

Riteniamo che lo Stato debba favorire simmetricamente gli interessi dei lavoratori e quelli dell’impresa. È necessario perciò un ribilanciamento dell’imposizione fiscale a favore di questi soggetti, anche tenendo conto di come l’apertura sregolata dei mercati abbia permesso alle più grandi industrie multinazionali di spostare i propri profitti in altre nazioni e di crearsi enormi vantaggi fiscali, non replicabili dalla piccola e media impresa.

Auspichiamo perciò una riforma fiscale volta a tassare il reddito dove viene prodotto e non dove viene distribuito, che preveda un aumento dell’imposizione fiscale sul possesso di capitali liquidi e sulla rendita finanziaria, redistribuendo il ricavato a favore dei ceti produttivi. Inoltre, data l’eccessiva complessità del sistema tributario ne auspichiamo una revisione e semplificazione, fermo restando il principio di progressività dell’imposta.

Noi constatiamo l’aumento progressivo di fenomeni di automazione e robotizzazione, che rischiano di far esplodere la “disoccupazione tecnologica” a livelli mai visti prima d’ora. Riteniamo fondamentale che lo Stato governi tali processi non smantellando i sistemi pensionistici attualmente in essere e lo Stato sociale faticosamente costruito a partire dagli anni Venti del Novecento, ma anzi favorendone l’assorbimento di una parte delle persone più anziane e restringendo l’offerta complessiva di forza lavoro. Inoltre, riteniamo che per far fronte a questo fenomeno si dovrebbe replicare quanto accaduto ai tempi della rivoluzione industriale, quando l’aumento della meccanizzazione rese possibile l’introduzione della giornata lavorativa di 8 ore in luogo di 12 e la concessione del sabato festivo; allo stesso modo, oggi si potrebbe ridurre l’orario di lavoro per assorbire parte della disoccupazione generata dall’automazione.

Non riteniamo invece dignitosa l’istituzione di un reddito universale garantito dallo Stato, per ovviare alla disoccupazione tecnologica, in quanto tale concessione, oltre a creare un rischio di indebito appetito per l’assistenza pubblica, cozza naturalmente con l’aspirazione legittima di ogni uomo di età abile al lavoro di creare da sé il proprio sostentamento.

Riteniamo, inoltre, necessario procedere al doveroso efficientamento della pubblica amministrazione, anche tramite adeguati investimenti infrastrutturali, che consentano allo Stato di essere presente dove sia necessario correggere le inefficienze e le storture del mercato. Mercati a bassa concorrenzialità (come quello dei trasporti autostradali), altamente strategici e che necessitano di grandi investimenti (come quelli dell’energia e delle telecomunicazioni), con implicazioni di pubblico interesse (come quello del risparmio) possono e devono prevedere una forte presenza della Stato. Svendere l’industria pubblica in tali settori è stato uno scandalo della vita economica italiana e alcune delle situazioni ingenerate da decenni di privatizzazioni selvagge andranno sanate con qualsiasi metodo, incluso l’esproprio.

Per il settore del risparmio, in particolare, riteniamo urgente ripristinare il controllo pubblico sull’attività bancaria (secondo il modello della riforma bancaria del 1936), cessando di considerare la banca secondo il modello dell’azienda privatistica.

L’emergenza coronavirus, inoltre, ha dimostrato, nella maniera più atroce possibile, come anche il settore sanitario sia stato vittima negli ultimi decenni di politiche criminali come la diminuzione di personale medico, il taglio di posti letto e di terapie intensive, la chiusura dei piccoli ospedali locali. È necessario quindi immaginare un piano di investimenti straordinario specifico per la sanità, al fine di recuperare in tutta Italia gli altissimi standard di efficienza e capillarità perduti.

Anche un settore fiore all’occhiello dell’economia italiana come quello del turismo necessiterà di un piano straordinario specifico di aiuti economici diretti alle diverse tipologie di esercenti che lavorano nel settore più colpito in assoluto dal lockdown economico per il coronavirus. In particolare, si dovranno sviluppare misure di aiuto e sostegno per le aziende turistiche e per i comuni oggetto di turismo culturale e/o balneare. Dovrà essere elaborato un piano per la promozione turistica nel nostro paese e un piano specifico per i lavoratori stagionali, categoria praticamente azzerata nei suoi guadagni per tutti i mesi dell’emergenza.

Auspichiamo una maggiore rappresentanza dei lavoratori nelle imprese, in particolare in quelle di maggiori dimensioni, in cui spesso il ruolo dell’imprenditore quale responsabile personale dei destini dell’impresa si offusca e si crea una separazione tra dirigenza e proprietà. In quest’ottica proponiamo:

  • l’obbligatorietà del modello di gestione dualistico (modello tedesco) per le imprese quotate;
  • la rottura dell’egemonia della Triplice (CGIL, CISL e UIL) nelle contrattazioni sindacali e la possibilità concreta di emersione di nuove organizzazioni sindacali che tutelino in maniera privilegiata i lavoratori autoctoni, minacciati dal dumping salariale degli immigrati.

Infine, riconosciamo il ruolo fondamentale dei Corpi intermedi nella nostra società e quindi auspichiamo che i diversi settori produttivi e lavorativi si strutturino, ove possibile, in Corporazioni che possano proteggere le imprese e i lavoratori che ne faranno parte dai ripetuti shock sociali che si verificano in un mondo in continua mutazione. Sarà auspicabile, infine, che queste Corporazioni si dotino di centri di ricerca in grado di prevedere e gestire al meglio i frenetici mutamenti tecnologici e scientifici nei rispettivi settori di attività. Tali centri di ricerca avranno anche lo scopo di incanalare e utilizzare la massa delle intelligenze italiane, attualmente sottovalutate, inutilizzate e spesso costrette a lasciare l’Italia per altri paesi.