Per una Giustizia equa e libera

Il pericolo che l’Ordine giudiziario svolga una supplenza o un’integrazione del Potere politico, con particolare riferimento a quello legislativo, è costantemente presente, specie in un Parlamento sempre più debole e svuotato delle sue funzioni.

Occorre dunque una riforma del sistema giudiziario che preveda:

1) il ripristino delle valutazioni di merito, incluse quelle di natura comportamentale, del magistrato, laddove l’attuale carriera è segnata dalla progressione automatica delle funzioni in base al solo criterio di anzianità;

2) la separazione delle carriere tra giudici e PM, per spezzare solidarietà e collusioni che finiscono per alimentare spinte settarie e autoreferenziali e per dare concreta attuazione al metodo accusatorio nel processo penale;

3) l’accesso alla magistratura, in entrambe le giurisdizioni, civile e penale, di soggetti che, per la loro posizione professionale (avvocati o docenti di diritto), sono in possesso di nozioni e di esperienze che meritano il massimo rilievo e che contribuirebbero all’attuazione di una giustizia sostanziale e tecnicamente adeguata;

4) l’introduzione di un principio di responsabilità che renda l’operato dei magistrati suscettibile di valutazione e di controllo; è intollerabile un’oasi di irresponsabilità quale quella oggi di fatto operante a favore della magistratura.

Sottolineiamo inoltre che la funzione essenziale di rieducazione della pena – che affianca quella della giusta punizione da infliggere a chi delinque – non può prescindere dalla necessità di una giustizia corretta, nei tempi e nelle sentenze.

Quanto ai tempi occorre riorganizzare gli uffici giudiziari penali, affinché siano garantiti operatori e strumenti sufficienti a gestire nei tempi previsti ogni singola causa. Nel settore civile e amministrativo, sarebbe utile decongestionare il contenzioso esistente facendo in modo:

  • che certe materie venissero in linea generale devolute a una fase arbitrale obbligatoria, che possa evitare lo svolgimento di un processo, coi relativi tempi, costi e ingolfamento del lavoro dei tribunali;
  • che venga potenziato il potere negoziale degli avvocati, in modo da garantire un incremento di lavoro per una categoria di liberi professionisti che potrebbe molto di più supportare la giustizia.

In questo modo alcune risorse umane e strutturali della giustizia civile e amministrativa potrebbero essere destinate alla giustizia penale.

In ogni caso, i tempi di svolgimento del processo non dovrebbero in alcun caso prevedere una sospensione della prescrizione, in quanto contraria al principio della giusta durata del processo ed al principio del favor rei. Sulla prescrizione, di recente oggetto di una assurda riforma che ne ha previsto l’abolizione totale dopo il primo grado di giudizio, il “partito giustizialista” sta cucendo infatti un’operazione propagandistica, che si può risolvere non devastando un principio fondante del diritto e costringendo le persone a restare sotto processo per tutta la vita, ma velocizzando i processi, anche tramite quanto indicato sopra in termini di snellimento della giustizia civile e amministrativa.

Quanto alle sentenze, devono essere introdotte modifiche normative al processo penale tali da garantire l’esatta applicazione del principio delle prove certe, mentre oggi prevale in troppi casi il giudizio ipotetico di verosimiglianza e la prova indiziaria, che deve essere soggetta a una valutazione discrezionale molto più rigorosa.

Occorre, inoltre, affrontare anche il tema del sovraffollamento delle carceri. Innanzitutto, va sottolineato che, data la provenienza extra-comunitaria di oltre il 30% dei detenuti, il fatto di far scontare a questi detenuti la pena nei loro paesi d’origine, consentirebbe di per sé un netto miglioramento delle condizioni di vita all’interno dei penitenziari.

Riteniamo, altresì, che si potrebbe anche aumentare l’efficacia dell’esecuzione della pena favorendo l’attività lavorativa dei condannati, specialmente di quelli con fine pena molto lunghi, o ergastolani che abbiano già scontato almeno 15 anni e che non si siano macchiati di reati ignominiosi. Tale attività deve poter avvenire anche extra moenia e non deve essere fine a sé stessa, ma realmente produttiva, e in questo senso il settore agricolo (di recente soggetto a mancanza di lavoratori a causa dell’emergenza coronavirus) consentirebbe ampi spazi di manovra. Queste attività andrebbero inoltre a beneficio sia della collettività che degli stessi condannati. In considerazione della difficoltà operativa di gestire e far lavorare detenuti tossicodipendenti, dovrebbe essere valutata la creazione di istituti penitenziari dedicati per queste situazioni e organizzati come comunità terapeutiche.

L’art. 27 della Costituzione stabilisce che l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva e le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Per attuare fino in fondo questo altissimo principio del nostro diritto, serve garantire la custodia preventiva in carcere come ipotesi realmente residuale e non, come oggi avviene, strumento di fatto ordinario. Inoltre, la possibilità di accesso a benefici penitenziari e percorsi rieducativi deve essere esclusa solamente alla luce di comprovati collegamenti con la criminalità organizzata e di assenza di ravvedimento per i crimini commessi, non per il reato in sé e per sé.

Nel caso in cui i collegamenti siano comprovati è evidente come il discorso cambi. In modo particolare, quando si tratti di associazioni criminali vaste e articolate, come sono le mafie (anche e soprattutto straniere, come le diverse organizzazioni della mafia nigeriana), queste vanno affrontate con una logica di disarticolamento e annullamento, trattando i suddetti fenomeni come nemici del popolo italiano. In tali contesti devono applicarsi i principi del reato associativo, del coordinamento su vaste aree territoriali e la certezza della pena.

Sottolineiamo, in particolare, la necessità di invertire l’andamento – per nulla corrispondente al sentimento popolare – della sostanziale impunità del piccolo spaccio, terminale di attività criminali ben più gravi. La droga e la sua diffusione fra i giovani costituisce una vera e propria emergenza, una forma di softterrorismo, da combattere certamente sul piano culturale e politico, ma a cui non possono essere estranei interventi di natura giudiziaria. Colpire il piccolo spaccio, con pene non necessariamente pesanti ma immediatamente eseguibili, costituirebbe una prima controffensiva al dilagare del fenomeno.

Occorre inoltre dare maggiore rilevanza alle vittime, assicurando la loro partecipazione, tramite associazioni accreditate, alla scelta dei percorsi di pubblica utilità delle persone condannate e alla destinazione dei fondi recuperati alla criminalità, nonché garantire l’inserimento lavorativo o l’assistenza necessaria alle vittime o ai loro superstiti.

Vogliamo, infine, che sia riformulata la procedura in vigore presso i Tribunali per i Minori, rendendo impugnabili le decisioni relative all’allontanamento dei minori dal nucleo familiare – oggi sottratte a qualsiasi controllo – e prevedendo criteri che stabiliscano l’eccezionalità delle condizioni per l’adozione di tali decisioni. Occorre altresì emanare pene altissime per chi, abusando della propria posizione, ha sottratto bambini ai genitori naturali senza giustificato motivo, come scoperchiato di recente dall’inchiesta denominata Angeli e Demoni sul “sistema Bibbiano”.