FRANCESCO ERA PRIMAVERA, FRANCESCO ERA LIBERTÀ

“Francesco era Primavera

Francesco era Libertà

Adesso porti in mano una rosa

E nell’altra la verità”

(Imperium)

Sono passati ormai 40 anni dall’omicidio di Francesco Cecchin, un fatto di sangue che rimane una ferita ancora aperta per alcuni elementi che rendono questo omicidio un unicum rispetto ai tanti, troppi militanti di destra caduti sotto i colpi del terrorismo comunista negli anni ’70. Colpiscono in particolare la giovanissima età – 17 anni – della vittima che venne aggredita e il contesto dell’aggressione, avvenuta non durante uno scontro di piazza ma in un momento di normale vita familiare. Inoltre, la responsabilità dell’omicidio non può essere ascritta a frange marginali dell’estremismo di sinistra, facendo rientrare la vicenda nel comodo schema del conflitto tra gli “opposti estremismi”.

Tutte le evidenze processuali, suffragate dalla “controinformazione” fatta dagli amici di Francesco, fanno concentrare i sospetti su dei personaggi inquadrati nella rigida struttura militante del PCI, in quel momento reduce da un’esperienza di governo, offrendo così una spiegazione all’incredibile inerzia con cui furono condotte le indagini e al tentativo di molti centri di potere dell’epoca di negare la realtà dell’omicidio. Su questa storia è in stampa un libro intitolato “Una morte scomoda: Francesco Cecchin. Una storia emblematica degli anni „70” scritto dal giornalista Federico Gennaccari, che sarà presentato nel prossimo autunno. Ma in occasione del quarantesimo anniversario dell’omicidio è giusto ricordare queste vicende che devono appartenere alla memoria collettiva della nostra città e della nostra nazione, come è giusto diffondere quel semplice “Quaderno di controinformazione” che fu scritto dai militanti del Fronte della Gioventù (l’organizzazione giovanile dell’MSI in cui militava Cecchin) e che si rivelò l’unico strumento utile, se non a punire i colpevoli, almeno a ristabilire la verità dei fatti. Fu infatti quell’opuscolo, tenacemente diffuso a tutti i livelli dai ventenni amici di Francesco, a costringere le autorità inquirenti a riavviare le indagini, fino a giungere ad un processo e ad una sentenza che, pur non condannando gli imputati, sancì la realtà dell’omicidio e denunciò esplicitamente l’inerzia dei responsabili di pubblica sicurezza del quartiere dove avvenne l’aggressione.

L’ANTEFATTO

Siamo nel maggio del 1979 e la tensione “di piazza” nel quartiere Trieste-Salario è molto alta. Questo quartiere all’epoca si presentava come un “avamposto” della presenza politica dell’MSI immerso in una zona, quella di Roma Est, tutta “occupata” dalla militanza territoriale dei gruppi politici di sinistra. Erano gli “anni di piombo”, in cui non solo stava esplodendo lo scontro tra istituzioni e bande terroristiche, ma tutti i quartieri delle grandi città erano presidiati da gruppi militanti pronti allo scontro fisico pur di impedire agli avversari di fare politica. Era la fine degli anni ’70, quando la propaganda di odio dell’”antifascismo militante” era al suo culmine e solo attaccare un manifesto o tenere aperta una sezione del MSI era considerata un’intollerabile provocazione dai gruppi di sinistra comunque connotati. La caratteristica specifica del Trieste-Salario, a differenza di altre zone di Roma, era che le declinazioni violente di quella propaganda non erano delegate a gruppi extraparlamentari o comunque estremisti, ma erano assunte in prima persona dalle forti ed aggressive sezioni del PCI, tra cui emergeva quella di Via Tigrè guidata dal noto e maturo capo politico e sindacale Sante Moretti. Probabilmente questo atteggiamento era anche una conseguenza della dialettica interna al mondo comunista, che cominciava sempre più a dividersi tra massimalisti di sinistra da un lato e favorevoli alla linea politica del “compromesso storico” dall’altro lato. Non è un caso che Sante Moretti dopo la nascita del PDS diviene uno dei principali animatori a Roma di Rifondazione comunista. In quel periodo manifestare intransigenza ideologica significava anche assumere atteggiamenti duri e aggressivi nella vita politica quotidiana e basta consultare il sito www.santemoretti.it per constatare quanta intransigenza caratterizzava il credo politico di Sante Moretti. Nei primi giorni di maggio, mentre nel quartiere era in preparazione una importante Festa dell’Unità (24-27 maggio 1979), venne compiuto un attentato incendiario contro la sede del MSI e del FdG del Trieste-Salario in viale Somalia 5, seguito, nei giorni successivi, da numerose azioni di disturbo e minacce contro la normale attività politica dei ragazzi del FdG. In tutti questi episodi viene notata la presenza di un’automobile Fiat 850 bianca (di cui i militanti di destra rilevano la targa) che risulterà poi fondamentale nel seguito della vicenda. La sera del 28 maggio, intorno alle ore 20, quattro ragazzi del FdG, tra cui Francesco Cecchin, si recano in piazza Vescovio per affiggere manifesti, ma vengono subito notati e fatti oggetto di provocazioni da un gruppo di militanti, capeggiati da Sante Moretti, della poco distante sezione PCI di via Monterotondo. Moretti, dopo aver allontanato in modo spiccio un agente di polizia in borghese chiamato a intervenire, si rivolge ai ragazzi del Fronte con affermazioni del tono: “…vi abbiamo fatto chiudere via Migiurtinia (una sezione del FdG fatta oggetto di numerosi atti di violenza), vi faremo chiudere anche viale Somalia…” e alla fine, volgendosi proprio verso Francesco Cecchin, lo apostrofa così: “tu stai attento, che se poi mi incazzo ti potresti fare male!”.

L’AGGUATO

Quella del 28 maggio si preannuncia subito come una “notte calda” dal punto di vista attivistico. Un gruppo di militanti viene notato fino a ora tarda davanti alla sezione del PCI di Via Monterotondo, a bordo della già citata Fiat 850 bianca e di una Benelli Motobi, che compie numerosi giri di perlustrazione in quartiere.

Intorno alla mezzanotte, Francesco Cecchin scende di casa insieme alla sorella per una passeggiata fino a via Montebuono, dove un suo amico lavora in un ristorante; verso le  00:15, mentre i due ragazzi sono fermi davanti ad un’edicola di piazza Vescovio, spunta la Fiat 850 bianca già precedentemente notata, che compie una brusca frenata davanti a loro. Dall’auto scende un uomo che urla all’indirizzo di Francesco: “… E’ lui, è lui, prendetelo!”. Intuendo il pericolo e probabilmente riconoscendo gli aggressori, Francesco fa allontanare la sorella e corre in direzione di via Montebuono, inseguito dagli occupanti della macchina, che nel frattempo il suo guidatore sposta fino all’imboccatura della stessa via Montebuono. La sorella, intanto, si getta vanamente al loro inseguimento, urlando: “Francesco, Francesco!”. Le sue grida vengono udite da un giovane (Marco Majetta che testimonierà al processo) che, sceso in strada, nota un uomo darsi alla fuga verso via Monterotondo (una traversa di Via Montebuono dove si trovava la Sezione del PCI) e qui salire sulla Fiat 850 bianca che si allontana velocemente. Dopo aver telefonato alla Polizia, Majetta viene raggiunto da un inquilino dello stabile di via Montebuono 5 che lo informa della presenza, sul suo terrazzo sottostante di cinque metri il piano stradale, di un ragazzo che giace esanime al suolo; il giovane, giunto sul posto, riconosce in quel ragazzo il suo amico Francesco Cecchin. Il corpo è in posizione supina ad una distanza di circa un metro e mezzo dalla base del muro; perde sangue da una tempia e dal naso e stringe ancora nella mano sinistra un mazzo di chiavi, di cui una che spunta dalle dita è storta, e in quella destra un pacchetto di sigarette. Il ragazzo viene ricoverato all’Ospedale San Giovanni, dove le sue condizioni appaiono subito disperate e dove rimarrà ricoverato in coma fino alla morte avvenuta nella notte tra il 15 e il 16 giugno.

GIUSTIZIA NON È FATTA

A questo punto, mentre sarebbe stato lecito attendersi immediate e approfondite indagini da parte delle Forze dell’Ordine, si assiste invece ad una sorta di gara a costruire una verità di comodo tale da negare o ridimensionare la gravità dell’accaduto. La versione dei fatti che viene riportata dalla stampa locale del 29 maggio è la seguente: “Francesco Cecchin (…) per sottrarsi all’aggressione di alcuni sconosciuti (….) ha scavalcato un muretto credendo si trattasse di un salto di poco conto…” (Il Tempo del 29/5/1979). Come fanno i quotidiani ad essere così sicuri di questa versione dei fatti? Lo scoprono quella mattina i militanti del FdG quando vanno a parlare con il Dott. Domenico Scalì, responsabile del Commissariato di Zona. Il funzionario di P.S. si dimostra convinto che Francesco si sarebbe buttato volontariamente oltre il muretto ingannato dal buio, giungendo a dubitare che vi sia stata colluttazione tra lui e dei presunti aggressori. In base a questa convinzione pregiudiziale nessun impulso viene dato alle indagini, derubricate da un tentato omicidio a una ipotetica rissa degenerata per un incidente. Insoddisfatti da questa versione di comodo, i militanti del Fronte della Gioventù, insieme ad alcuni amici di Francesco, cominciano a fare indagini per conto proprio, i cui risultati furono subito raccolti in un documento intitolato “Quaderno di controinformazione: Dossier F. Cecchin”, che già il 30 maggio fu consegnato a “Il Tempo” e immediatamente diffuso da “Radio Alternativa”, l’emittente libera diretta in quegli anni da Teodoro Buontempo.

Attraverso questo lavoro di raccolta d’informazioni emergono delle verità che nessuno potrà più negare: innanzitutto che Francesco conosceva molto bene quel palazzo e il cortile in cui era stato fatto precipitare, in quanto ci abitava un suo amico; inoltre risulta strano che il corpo sia stato trovato in posizione supina, anziché riversa, tipica di chi si lancia, e senza fratture agli arti, inevitabili quando si effettua un salto volontario da una simile altezza. L’ipotesi che Francesco sia stato gettato di peso viene inoltre avvalorata da altri due particolari: il trauma cranico, sintomo che il peso dell’impatto al suolo si è scaricato tutto sulla testa, e il fatto che questa si trovi più vicina al muro rispetto ai piedi. La chiave piegata tra le dita di una mano e il pacchetto di sigarette nell’altra sono una prova ulteriore che gli aggressori hanno gettato il corpo di Francesco, già esanime, al di là del muretto che delimita il terrazzo: chi tenta di scavalcare un ostacolo istintivamente non può non liberarsi le mani. Che prima di questo tragico epilogo ci sia stata una colluttazione è dimostrato dalla chiave piegata rinvenuta tra le dita di Francesco, sicuramente usata come arma di difesa contro i suoi assassini. Anche le ferite riscontrate su tutto il corpo durante l’autopsia, confermano la tesi dell’aggressione, essendo queste di natura traumatica e riconducibili a colpi ben assestati da picchiatori esperti. A rendere inconfutabili queste tesi altri due importanti elementi: le tracce di sangue riscontrate sul pavimento del cortile lunghe alcuni metri fino al bordo del muretto e la dichiarazione resa da alcuni testimoni (tra cui il già citato Marco Majetta) che affermano di aver udito le grida e le invocazioni di aiuto di Francesco, seguite da alcuni secondi di silenzio e infine da un forte tonfo non accompagnato da alcun grido. Risulta impossibile credere che una persona possa gettarsi coscientemente giù da un muro e precipitare per cinque metri senza emettere nessun grido. Quando Francesco precipita da quel balcone non può non essere già privo di sensi e quindi deve essere stato gettato da qualcuno in preda ad una furia omicida. Il 16 giugno, dopo 19 giorni di coma, Francesco muore. Le indagini infine partono tardi e male. Stefano Marozza, militante del PCI e proprietario della famigerata 850 bianca, fu arrestato il 1° luglio 1979 con l’accusa di concorso in omicidio. Disse di essere andato a vedere un film al cinema ma gli inquirenti verificarono che, quella sera, il cinema indicato da Marozza era chiuso per turno di riposo. Ciononostante, mentre le indagini proseguivano a rilento senza cercare nuove prove e riscontri sui possibili complici di Marozza, questi riuscì a fornire un nuovo alibi confermato dal suo ambiente politico e militante. Con un referto del 21 novembre 1979 i periti esclusero che le ferite ritrovate sul corpo di Cecchin potessero provare con certezza che il ragazzo fosse stato picchiato prima di precipitare. Sulla serietà della perizia la stessa Corte d’Assise manifestò grandi perplessità: «Veramente grave e singolare appare pertanto che i periti non abbiano approfondito l’indagine, non si siano recati sul terrazzo dell’abitazione degli Ottaviani, ma semplicemente si siano limitati a dare un’occhiata dall’alto del ballatoio; e abbiano dato una “scorsa” altrettanto superficiale ai rilievi effettuati dalla polizia scientifica, come dichiarato dal professor Umani Ronchi all’udienza del 20 dicembre 1980. Altrettanto singolare che non abbiano tenuto in alcun conto i referti dell’ospedale San Giovanni.»

La sentenza del 23 gennaio 1981 assolse Stefano Marozza per non aver commesso il fatto, ma nelle motivazioni la Corte d’Assise sostenne che Francesco Cecchin fu aggredito e scaraventato giù dal muretto (forse già svenuto) con la chiara intenzione di ucciderlo: «È convinzione della Corte che, nel caso di specie, non si sia trattato di omicidio preterintenzionale, ma di vero e proprio omicidio volontario.» Il processo assolse l’unico imputato precisando che le responsabilità non potevano essere accertate a causa di una serie di gravi negligenze nelle indagini ed ipotizzando, senza peraltro darne poi seguito, eventuali responsabilità degli inquirenti: «Appare incomprensibile la mancanza di ogni attività investigativa nell’ambito degli appartenenti alla fazione politica opposta a quella della vittima… La mancanza di prove in ordine al crimine commesso è con tutta probabilità da connettere a una estrema lacunosità delle indagini sotto i profili qualitativo, quantitativo e temporale.»

Eppure la tendenza a negare o ridimensionare quanto accaduto non ha mai abbandonato la sinistra romana. Quando il 16 giugno 2011 il Comune di Roma, durante l’amministrazione di centro-destra, ha intitolato a Francesco Cecchin il giardino pubblico al centro di Piazza Vescovio, una lettera di intellettuali di sinistra stigmatizzò l’iniziativa come una scelta di parte. Ugualmente, quando il 12 febbraio 2013 sempre a Piazza Vescovio fu inaugurato un monumento in ricordo di Francesco, insorsero l’Anpi e il Partito Democratico, forse dimentichi dell’analogo monumento e della piazza che le amministrazioni di sinistra avevano già dedicato a Walter Rossi.

(Articolo tratto da “40 anni senza giustizia per Francesco Cecchin”, 2019)